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23. Muri rinascenti

  • centericsilla
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 6 giorni fa


Si annunciava una giornata meravigliosa. Il sole non scaldava ancora, disegnava solo strisce dorate sui muri.

Beni partì, come ogni mattina in cui la città gli appariva particolarmente invitante. Non aveva fretta, camminava tranquillo, respirando profondamente. Anche la città si stava lentamente risvegliando.

Arrivò in una grande piazza e lì vide quell’edificio enorme, il cui centro era circondato da impalcature, reti e cartelli. Sulla porta c’era scritto:


Lavori di restauro.


Era il Real Albergo dei Poveri – Palazzo dei Poveri


Sulla soglia stava un operaio. Non indossava ancora il casco, teneva solo un caffè in mano.

— Buongiorno, guaglió — sorrise a Beni.

— Buongiorno — rispose Beni.

— È grande, vero?

— Lungo… — borbottò Beni.

— E pensa — continuò l’operaio — che questa è solo la metà di quello che avrebbe dovuto essere in origine. La facciata originale sarebbe stata incredibilmente lunga: seicento metri. Invece ne sono stati costruiti trecentocinquanta.



Beni spalancò gli occhi. L’edificio sembrava un gigante addormentato, con finestre che osservavano il tempo.

L’operaio si guardò intorno.

— Non abbiamo ancora iniziato. Se vuoi, puoi entrare. Ma solo finché non mi cambio.

Beni annuì.

All’interno lo spazio era immenso. I muri erano spessi, le finestre altissime. Il silenzio non era vuoto: le pareti sembravano raccontare da sole, cariche di ricordi.

— Sai — cominciò l’operaio

— questa casa fu fatta costruire molto tempo fa, nel 1751, da re Carlo di Borbone. Disse:


“una grande città non può lasciare i suoi poveri per strada”.


Beni si sedette e ascoltò.

— L’architetto, Ferdinando Fuga, non progettò un palazzo per i ricchi, ma per coloro che non avevano nulla. Per questo l’edificio è chiamato anche Palazzo Fuga.

In quel momento un piccolo topo sbucò fuori da un angolo.

— Permesso… — disse.

— Lui è Don Peppino. È il miglior narratore che ci sia qui — disse l’operaio.

Don Peppino salì su un pezzo di pietra.

— Qui arrivavano poveri e bambini orfani. Non solo dormivano: lavoravano, studiavano. Avevano insegnanti. Nelle botteghe imparavano i mestieri di calzolaio, sarto, falegname.

La casa diceva:

“non do elemosina, do opportunità”.


Beni immaginò com’era la vita tra quelle mura.

— Ma i tempi sono cambiati — sospirò il topo.

— La monarchia finì. Arrivarono le guerre. La casa divenne caserma, rifugio, magazzino, poi per molto tempo… niente. Fu dimenticata.

— Ed è allora che nacque la leggenda — disse Don Peppino.

— Si raccontava che, quando la casa era quasi morta, apparve il Custode della Speranza. Non era un fantasma, ma la memoria. Chiunque entrasse sentiva che la tradizione iniziata dal re doveva tornare a vivere. Questa iniziativa non poteva essere vana.

Beni rabbrividì — non per paura, ma per commozione.

L’operaio si mise il casco.

— Ora stiamo lavorando di nuovo. Non sarà più un ricovero, ma una casa della comunità. Cultura, apprendimento. In una forma diversa, ma con lo stesso cuore.

Don Peppino annuì.

— Le case non vogliono morire.



Beni si alzò.

— Grazie — disse semplicemente.

Fuori, nella luce del sole, l’edificio alle sue spalle sembrava sospirare.

Poi Don Peppino tossì piano.

— Aspetta — disse. — Non abbiamo raccontato tutto.

— Era il 1820 — iniziò Don Peppino — e nel cuore di questo gigante di pietra, mentre il mondo fuori cambiava, un uomo compì un piccolo miracolo industriale: Carlo Cattaneo.

Beni si voltò.

— Un incisore, un tecnico, un maestro. Ma soprattutto un visionario — continuò l’operaio.

— Nel piombo tipografico vedeva più che metallo: vedeva uno strumento di riscatto.

— Qui il Real Albergo dei Poveri non era solo un rifugio. Era un esperimento. Un’idea illuminata tradotta in muri, disciplina e possibilità — si sovrapposero nelle parole.


Il topo camminava lentamente, come se percorresse gli antichi corridoi.

— Qui c’era la Stamperia Reale. Cattaneo scrisse un promemoria di otto pagine al re Ferdinando I. Non una supplica, ma un progetto: una macchina perfetta per educare alla cittadinanza orfani e bambini dimenticati. Imparare a stampare significava togliere qualcuno dalla strada e dargli una direzione.

— Questa era la forma più pura dell’illuminismo borbonico — disse Don Peppino.

— Un paternalismo che educa, non che punisce.

— Cos’è l’illuminismo borbonico? — chiese Beni.

Don Peppino sorrise.

— Era l’idea dei re di Napoli, come Carlo III. Credevano che la città dovesse crescere attraverso la cultura e l’istruzione. Non basta dare il pane: bisogna dare anche il sapere, insegnare a leggere, a lavorare, a diventare cittadini coraggiosi e intelligenti. I bambini non venivano puniti, ma aiutati a crescere con saggezza e con il cuore.

— E Napoli — aggiunse l’operaio — non dipendeva da nessuno nemmeno per le lettere. La stampa è un’arma del potere, e dipendere dagli altri è una debolezza.


Beni sorrise piano. Non avrebbe mai pensato che il piombo potesse essere così leggero.

Il silenzio non era più silenzio.

Oggi questi documenti servono da bussola. Il Real Albergo dei Poveri, dopo decenni di abbandono, guarda a una nuova primavera. L’obiettivo del restauro è creare biblioteche, poli museali e luoghi di formazione di alto livello. L’idea di Carlo III e di Carlo Cattaneo — istruzione e cultura come motore dell’ascesa sociale — torna a risuonare tra le mura.


Beni continuò a camminare per le strade di Napoli. Il sole salì un po’ più in alto e i muri delle case proiettavano strisce di luce calda. Ogni pietra, ogni finestra sembrava respirare insieme alla città.


Lanciò un ultimo sguardo al Real Albergo dei Poveri. Le impalcature brillavano al sole, come se l’edificio sorridesse. Dentro, la voce di Don Peppino, dell’operaio e di Carlo Cattaneo vibrava ancora tra le pareti.


E lì, tra la polvere e i ricordi, Beni intuì qualcosa: la città, le case, persino i muri secolari non dimenticano. Non possono dimenticare chi ha dato loro vita, chi ha creduto in un’idea, chi ha sognato una Napoli capace di trasformare in bellezza e cultura anche i suoi bambini più piccoli e più fragili.


Mentre si allontanava, Beni capì: chi ascolta, ricorda e custodisce, vive un po’ più a lungo. Non in giorni o in anni, ma in valori, memoria e bellezza.

Napoli lo accolse con un respiro lento e profondo. E Beni sentì di appartenere a qualcosa che non finisce mai: alla città, alle sue storie, alle sue case, alle speranze scolpite nella pietra.



 
 
 

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