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24. La luce e l'ombra

  • centericsilla
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min


In una sera silenziosa, mentre fuori il vento muoveva lentamente le foglie, Beni sedeva sul tappeto della casa di sua zia.

Davanti a lui c’era un libro enorme, così grande che per girare le pagine doveva usare entrambe le zampette.

Le pagine erano piene di volti veri, mani grandi, ombre profonde e sguardi stanchi, illuminati dalla luce come se fosse magia.

Beni fissava il libro in silenzio.


A un tratto arrivò lo zio con una tazza di tè caldo tra le mani. Si fermò, guardò il libro e sorrise.

— Ah… vedo che hai trovato questo libro.

— Zio… — disse Beni — perché in questi disegni c’è così tanta oscurità… eppure anche così tanta luce?

Lo zio si sedette accanto a lui.

— Queste persone sono state dipinte da un uomo speciale, che si chiamava Caravaggio. Era un pittore che amava guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più difficili. È diventato famoso perché sapeva far emergere la luce dall’ombra e mostrare la bellezza persino nei dettagli più semplici.

— Era un pittore?

— Sì. Non dipingeva principi o fate, ma persone vere: lavoratori, persone che ridevano, che soffrivano… persino quelle che sbagliavano.


Beni raggomitolò un po’ gli aculei, pensieroso.

— Mi piacerebbe incontrarlo.

— Allora domani faremo una passeggiata, così potrai vedere con i tuoi occhi dove Caravaggio trovava le sue ispirazioni — disse lo zio.


Il giorno dopo il centro storico di Napoli era rumoroso e profumava di mare e di pane appena sfornato.

Beni stringeva forte la mano dello zio mentre camminavano per le stradine strette.

Entrarono in una chiesa silenziosa.

Davanti a loro c’era un grande dipinto: Le Sette Opere di Misericordia.



— Non guardarlo tutto insieme — disse lo zio. — Scegli una persona.

Beni indicò un uomo dalle mani grandi.

— Sembra stanco.

— Perché pensi che lo sia?

— Forse ha aiutato qualcuno.

Lo zio sorrise.

— Caravaggio dipingeva persone vere. Anche chi è stanco è importante.


Quando uscirono di nuovo in strada, Beni chiese piano:

— Zio… Caravaggio era sempre buono?

Lo zio si fermò.

— No. Era molto talentoso, ma sbagliava spesso.

— Allora perché ci ricordiamo di lui?

— Perché ha trasformato ciò che sentiva in qualcosa che ci aiuta a capire gli altri.

Beni rifletté.

— Quindi anche chi sbaglia può creare cose meravigliose?

— Sì. E può imparare dai propri errori.


Beni e lo zio camminavano per le strade di Napoli.

— Guarda, zio… questo passaggio è così stretto che faccio fatica a passare! — disse Beni, raggomitolando gli aculei.



— Questo è il vico del Cerriglio, la strada più stretta di Napoli — spiegò lo zio.

— Tanto tempo fa qui passavano pittori, poeti, soldati… e anche Caravaggio. È famoso perché proprio in questo vicolo fu aggredito una notte, ma da quell’esperienza la sua arte divenne ancora più luminosa.


Beni guardò le pietre consumate.

— Allora anche i posti piccoli possono essere importanti?

— Esattamente — rispose lo zio.


All’angolo della strada c’era una vecchia locanda, con una porta di legno scuro e finestre basse.

— Qui venivano a mangiare artisti, viaggiatori, poeti e soldati — disse lo zio.

— E Caravaggio? Veniva anche lui qui? — chiese Beni con gli occhi spalancati.

— Sì. Ascoltava le storie delle persone, osservava i volti stanchi… e poi li dipingeva nei suoi quadri.

Dentro, l’aria era piena del profumo di vino, pane fresco e zuppa fumante.

— Zio… possiamo mangiare qui? — chiese Beni.

— Certo!

Arrivò un piatto di pasta e patate con la provola. Beni assaggiò e gli si illuminarono gli occhi.



— Sa di casa — disse.

— È così che Caravaggio amava Napoli — disse lo zio.

— Sapeva vedere una luce speciale anche nelle cose più semplici.


Mentre mangiavano, lo zio chiese:

— Se Caravaggio dipingesse te, Beni, cosa dovrebbe illuminare?

Il riccio ci pensò un momento.

— Forse… il mio cuore curioso.

Lo zio gli accarezzò dolcemente la testa.

— Allora sei pronto… perché Caravaggio ci insegna questo: ogni luce, anche la più piccola, merita di essere vista.


Tornando a casa, Beni sentì le risatine dei “guagliò” provenire dalle strade vicine, il profumo della “pummarola” nell’aria e la dolcezza della “sfogliatella” nella vetrina di un negozio.

— Guarda, zio… ogni piccola cosa qui in città nasconde una meraviglia.

— Giust’isso, Beni — rispose lo zio.

— Napoli è luminosa anche nei “vicoli” più stretti, se sai osservare.


E la città sembrava sorridere loro: ogni “chiasso”, ogni profumo, ogni suono sussurrava che Napoli, la città dove la vita e l’arte si intrecciano, è davvero un luogo meraviglioso.

E Beni imparò che la luce e la bellezza non vivono solo nelle grandi cose; le stradine, i colori, i suoni e le persone contribuiscono tutti a rendere la vita luminosa, anche nei momenti più semplici.

 
 
 

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