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29. Dove è sempre Natale

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min


La zia di Beni viveva in una piccola casa fiorita nel cuore della città vecchia. Era famosa per la sua marmellata d’arance e per il fatto che conosceva una storia per ogni strada. Anche in quella bella giornata illuminata da raggi dorati voleva sorprendere suo nipote con qualcosa di speciale: una stradina dove non erano mai stati.

— Beni, oggi ti porto in un posto speciale — disse una mattina sorridendo.

— Lì dove è Natale tutto l’anno.

Gli aculei di Beni fremettero per l’emozione.

— Tutto l’anno? È possibile?

— Qui tutto è possibile — strizzò l’occhio la zia. — Andiamo!


Camminarono per strade strette e tortuose, dalle cui finestre uscivano profumi; i vecchi muri di pietra sembravano raccontare storie e l’aria era piena di risate. Alla fine arrivarono in una viuzza particolarmente stretta, dove in ogni vetrina si allineavano piccole figure, stelle scintillanti e minuscole casette.

— Questa è la strada famosa — sussurrò la zia. — Qui nascono le più belle figure del presepe del mondo.

Beni guardava intorno a bocca aperta. Minuscoli pastori, re, angeli, perfino personaggi famosi e protagonisti di serie televisive stavano nei loro mondi in miniatura. Sembrava che una fiaba avesse preso vita. C’erano anche opere che si muovevano, imitando i gesti degli artigiani.

— Do un’occhiata! — disse Beni. — Torno subito!

E sparì tra le vetrine.

La zia sorrise e annuì, poi entrò in un negozio per salutare un’amica che non vedeva da tempo, la quale stava preparando una versione fiabesca del Vesuvio su commissione per un asilo.


Beni camminava con cautela tra le vetrine quando all’improvviso sentì una voce strana:

— Ehi, piccolo spinoso! Attento a dove metti i piedi!

Beni alzò lo sguardo. Davanti a lui stava una figura singolare: indossava un’ampia veste bianca, una maschera nera, un cappello a punta, e aveva uno sguardo così allegro come se stesse sempre pensando a qualche scherzo.

— Ciao! — disse Beni. — Chi sei?

La figura fece un profondo inchino.

— Pulcinella, al tuo servizio! La risata di Napoli, il buffone del teatro e il custode delle storie!

Gli occhi di Beni si spalancarono.

— Sei vero? Ti ho visto anche tra i presepi!

Pulcinella scoppiò a ridere.

— Oh, sì! A volte sto sugli scaffali come statuina, a volte passeggio per strada. Dipende da dove c’è bisogno di me.

Beni si avvicinò.

— Ho sempre voluto sapere… perché ti chiamano Pulcinella? E perché porti proprio questi vestiti?

Pulcinella si sedette su un piccolo gradino e fece cenno a Beni di sedersi accanto a lui.

— Il mio nome nasce da una vecchia storia — cominciò. — Si dice che venga dalla parola “pulcino”. Perché sono come un pulcino birichino: parlo sempre, mi muovo sempre, e a volte sono troppo rumoroso.

Beni ridacchiò.

— Sembra vero.

— Altri dicono che ho ricevuto il nome per via della mia voce — continuò Pulcinella. — Un tempo gli attori parlavano con una voce stridula e buffa per far ridere tutti. E il mio nome è rimasto così nei secoli.

— E il tuo vestito?

Pulcinella si raddrizzò con orgoglio.

— La mia veste bianca rappresenta la gente semplice: i panettieri, i mugnai, le persone comuni con le mani sporche di farina. Questo abito appartiene al popolo.

E la maschera nera… — qui si chinò un po’ verso Beni — nasconde i segreti. Perché Pulcinella è insieme sciocco e saggio. A volte dice la verità, ma ridendo, così nessuno si offende.

— Allora sei il protettore della risata? — chiese Beni.

— Esattamente! — saltò in piedi Pulcinella, che non riusciva a stare fermo a lungo, un vero movimento perpetuo. — E anche della fantasia! Vedi queste figure? In ognuna c’è una piccola storia, un piccolo sogno. Qui la gente non modella solo l’argilla, ma anche il cuore.

Intanto indicava senza sosta, e Beni quasi si sentiva girare la testa nel seguire i suoi movimenti rapidi.


Beni guardò intorno. In un piccolo laboratorio un maestro stava dipingendo una minuscola figura. La figura aveva… degli aculei!

— Quello… quello sono io! — sussurrò Beni.

Pulcinella strizzò l’occhio.

— In questa strada tutti possono diventare eroi di una fiaba. Anche un piccolo riccio.

Beni fissava ancora stupito la propria statuina nella vetrina quando improvvisamente gli venne in mente qualcosa.

— Pulcinella… — disse piano. — Questa strada… perché si trova proprio qui? E perché si chiama Via San Gregorio Armeno?

Il sorriso di Pulcinella divenne un po’ più misterioso. Si guardò intorno, come se anche le vecchie pietre stessero ascoltando, poi fece cenno a Beni.

— Vieni, facciamo due passi. Le strade raccontano meglio quando ci cammini sopra.

Si incamminarono lentamente nella viuzza stretta. Sotto le pietre sembrava nascondersi l’eco di passi millenari.

— Molto tempo fa — iniziò Pulcinella — quando Napoli era ancora giovane, furono i Greci a costruirla. Erano persone sagge, amavano l’ordine. Disegnarono la città come una scacchiera: strade dritte che si incrociavano. Anche questa era una via importante.

Beni si chinò e toccò le pietre.

— Quindi era già qui allora?

— Sì — annuì Pulcinella. — Era una delle strade principali che collegavano due parti importanti della città. Qui passavano mercanti, viaggiatori, artigiani… e naturalmente le storie.

— Ma perché proprio in questo luogo? — chiese Beni.

Pulcinella indicò un vecchio muro.

— Perché qui un tempo sorgeva un tempio. Già in epoca romana fu costruito e dedicato a una dea della terra, protettrice del raccolto e della vita. Le persone le portavano piccole statue di argilla come dono, per avere fortuna.

— Statue di argilla? Come queste figure? — gli occhi di Beni brillarono.

— Esatto — sorrise Pulcinella. — Qui è iniziato tutto. La gente ha sempre amato le piccole figure. Gli artigiani della strada le creavano, e non hanno mai smesso.

Mentre continuavano a camminare, apparve il campanile di una vecchia chiesa.

— Molti secoli dopo — proseguì Pulcinella — arrivarono qui delle monache da una terra lontana, piena di montagne e leggende. Portavano con sé le reliquie di un santo speciale. Il suo nome era Gregorio e proveniva dall’Armenia.

— Per questo… San Gregorio Armeno? — chiese Beni.

— Proprio così — annuì Pulcinella. — Le monache costruirono qui una chiesa e un monastero, e la strada fu chiamata in onore del santo. Da allora tutti la conoscono così.

Beni guardò intorno pensieroso.

— Quindi questa strada custodisce insieme una storia greca, romana e… armena?

Pulcinella batté le mani.

— Bravo, piccolo riccio! Esattamente. Questa strada è come un libro antico: ogni pietra è un nuovo capitolo. Le persone andavano e venivano, gli imperi cambiavano, ma gli artigiani restavano e continuavano a creare figure. E ogni nuova figura è una nuova storia.


In quel momento, da lontano si sentì la voce della zia di Beni:

— Beni! Dove sei, tesoro?

Beni balzò in piedi.

— Devo andare! — disse con dispiacere.

Pulcinella fece un profondo inchino.

— Le storie non scompaiono, si nascondono soltanto. La prossima volta che passerai di qui, ci rivedremo.

— Sicuramente! — sorrise Beni.

Mentre correva di nuovo dalla zia, si voltò un’ultima volta. Pulcinella non c’era più. C’era soltanto una piccola statuina in una vetrina: vestita di bianco, con la maschera nera, come se stesse strizzando l’occhio.

Beni rise piano.


Ora lo sapeva:

questa strada non è solo un luogo sulla mappa, ma una storia magica che comincia sempre lì dove il passato e l’immaginazione si incontrano.


 
 
 

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