25. A Galleria titka
- 17 feb
- Tempo di lettura: 5 min
In una mattina estiva grigia e nuvolosa, Beni, appoggiato al davanzale della finestra, osservava le nuvole che lentamente scorrevano sopra Napoli.
La città viveva anche così: dalla strada salivano il ronzio di uno scooter, un richiamo lontano e, da qualche parte, il profumo del caffè appena fatto.
Beni si chiedeva come avrebbe potuto trascorrere quella giornata un po’ assonnata, quando all’improvviso la porta si aprì.
Sulla soglia c’era suo zio, con in mano un enorme cornetto alla crema di amarena, già mangiato a metà. Ai lati della bocca aveva ancora lo zucchero appiccicoso, ma il suo sorriso era così largo da sembrare capace di abbracciare tutta la città.
— Allora, guaglió — disse allegramente —che ne dici di una piccola avventura?
Gli occhi di Beni si illuminarono subito.
— Ho letto sul giornale di un libro sulle escursioni napoletane — continuò lo zio —
e ho deciso di comprarlo. Vieni con me?
Non dovette ripeterlo due volte. Cinque minuti dopo camminavano già mano nella mano verso il cuore della città. Le strade di pietra lucida brillavano leggermente per l’umidità del mattino, e nell’aria si mescolavano l’odore salmastro del mare, l’amaro del caffè e la dolcezza dei dolci appena sfornati.
Era la vera dolce vita, anche se il cielo si mostrava ancora nuvoloso.
— Non andiamo in una libreria qualunque — disse lo zio con aria misteriosa.
— Ti porto nella più grande libreria nuova della Galleria Umberto.
Entrando nella Galleria Umberto I, Beni alzò istintivamente lo sguardo. In alto, cinquantasette metri sopra di loro, il tetto di ferro e vetro si apriva come un immenso cielo trasparente. La luce si rifrangeva sul vetro e si spargeva in mille scintille sul pavimento di marmo.
— Zio — disse piano —
è da tanto che voglio chiederti… perché hanno costruito proprio qui questa galleria?
Lo zio sorrise e rallentò il passo, come se sapesse che quel luogo non amava la fretta.
— Perché, guaglió, alla fine dell’Ottocento volevano sistemare questa parte vecchia e affollata della città. Qui c’era un intero quartiere, Santa Brigida, che fu demolito per fare spazio a qualcosa di nuovo. La galleria divenne allo stesso tempo un luogo di commercio, di incontro e il simbolo della Napoli moderna. Il suo messaggio era: Napoli vive.
Camminando ancora, Beni si fermò all’improvviso.
— Zio, qui ci sono quattro ingressi — disse — e già l’ultima volta ho notato che sono tutti diversi, con decorazioni diverse. Che cosa rappresentano?
— È vero — annuì lo zio. — E ognuno guarda verso una parte diversa della città.
Gli prese la mano e lo guidò verso l’ingresso principale, quello di via San Carlo.
— Guarda, guaglió — disse piano —questo è l’ingresso principale.
Beni alzò lo sguardo. Sotto la facciata semicircolare si allineavano colonne di travertino, lisce e antiche, e sopra di loro grandi archi di pietra. Sembrava la porta scolpita di un altro mondo.
— La galleria ha quattro ingressi — continuò lo zio —: da via Toledo, da via Santa Brigida, da via San Carlo e da vico Rotto San Carlo. Ma questo è il più importante.
Beni si avvicinò a una colonna.
— Guarda quelle statue! — sussurrò.
— Sono le quattro parti del mondo — spiegò lo zio. — Tutte in marmo, e ognuna racconta qualcosa.
La prima figura era una donna con una lancia. Fiera, con ai piedi una tavola di pietra.
— Lei è l’Europa — disse lo zio. — Rappresenta la legge e l’ordine. Sulla tavola c’è scritto Corpus Juris Civilis, la base del diritto romano.
Accanto a lei, un’altra donna con una coppa.
— Lei è l’Asia. Porta la saggezza e l’antico sapere.
La terza figura era diversa: tratti e vestiti esotici. Teneva un casco di banane e poggiava la mano su una sfinge.
— Lei è l’Africa — continuò lo zio. — La terra dei misteri e delle civiltà antiche.
La quarta colpì particolarmente Beni. Ai piedi della donna c’erano mappe e un globo con scritto: Colombo.
— Lei rappresenta l’America — disse lo zio. — Simbolo delle scoperte e del nuovo mondo.
Beni ebbe la sensazione che l’intero mondo fosse raccolto lì, sotto un unico arco.
— E sopra? — chiese guardando in alto.
— La Fisica e la Chimica — rispose lo zio. — Le scienze che aiutano a capire il mondo.
Poi indicò l’arco opposto.
— Lì ci sono le stagioni: inverno, primavera, estate e autunno. Il tempo che passa e il ciclo della vita.
Beni rimase in silenzio.
— E più in alto? — chiese ancora.
— Il Genio della Scienza e il Lavoro. Poi il Commercio e l’Industria accanto alla Ricchezza. Perché questo luogo voleva essere non solo bello, ma anche un simbolo di progresso.
Beni si girò lentamente. Non vedeva più solo un edificio.
Vedeva una storia. Una città. Un mondo intero scolpito nella pietra.
— È come se la galleria dicesse: qui c’è tutto — sussurrò.
Lo zio sorrise.
— Esatto, guaglió. Questa è Napoli.
Qui c’è tutta la vita: passato, presente e futuro.
Beni immaginò le statue di marmo che di notte prendevano vita e sussurravano storie antiche: di re, epidemie, guerre e rinascite.
Poi si fermò al centro della galleria e guardò il pavimento a mosaico.
— Zio… sono segni zodiacali?
— Proprio così — annuì. — I napoletani dicono che qui vive la fortuna.
Beni si chinò.
— E cosa bisogna fare per avere fortuna?
Lo zio abbassò la voce.
— Prima devi trovare il tuo segno. Poi… qui le opinioni cambiano.
— Come?
— Alcuni dicono che devi saltare tre volte sul cerchio del tuo segno. Altri che devi girare tre volte su te stesso, come una trottola, ed esprimere un desiderio che si avvererà entro un anno.
Beni rifletté serio.
— E qual è quello giusto?
Lo zio sorrise.
— Nessuno lo sa davvero. Ma a Napoli dicono che se ci credi, è già metà fortuna.
Beni respirò profondamente.
— Allora li faccio entrambi.
Lo zio scoppiò a ridere.
— Così avrai doppia fortuna.
Poco dopo arrivarono alla libreria. Gli scaffali arrivavano fino al soffitto e l’odore dei libri riempiva l’aria. Non era solo un negozio: era un vero salotto napoletano, dove si leggeva, si parlava, si beveva caffè.
Beni trovò subito l’angolo dei bambini e si sedette su un grande cuscino con un libro di Barba Rossa. Il mondo attorno sparì.
— Non hai fame? — chiese lo zio dopo un po’.
— Ti offro una cioccolata calda e puoi scegliere un dolce.
— Non andiamo via — disse Beni.
— Non andiamo — sorrise lo zio. — C’è un piccolo bar qui. Porta il libro.
Seduti insieme, Beni sorseggiava la cioccolata quando una voce dolce attirò la sua attenzione. In un angolo alcuni bambini ascoltavano una narratrice.
Lo zio fece un cenno.
— Va’, unisciti.
Dopo la storia dovettero però uscire.
Sotto un arco Beni vide una scritta:
Salone Margherita.
— Cos’è?
— Un tempo era un importante luogo di incontro dopo il teatro — disse lo zio. — Ma tua zia saprà raccontarti meglio. E anche la storia del Teatro San Carlo lì davanti. È il teatro d’opera più antico d’Europa ancora in funzione. Un tempo era il cuore culturale di Napoli.
La curiosità di Beni si riaccese. Tornando verso casa, nella sua mente si intrecciavano già nuove storie: opera, re, città vive.
Quando la Galleria Umberto I scomparve alle loro spalle, Beni era certo di una cosa:
sarebbe tornato lì ancora molte volte.
Nel racconto compare spesso la parola “guaglió”.
Secondo te, cosa significa? Scrivilo nei commenti!

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