26. Salone Margherita
- 18 feb
- Tempo di lettura: 3 min

Beni corse a casa con grande entusiasmo.
Entrò quasi senza fiato e, appena varcata la porta, iniziò subito a tempestare la zia di domande.
— Zia, zia! — disse tutto d’un fiato.
— Oggi siamo stati alla Galleria Umberto I con lo zio e ho visto un nome strano:
Salone Margherita. Ha detto di chiedere a te, perché ami l’opera e sicuramente conosci la sua storia… e anche quella del San Carlo!
La zia sorrise, posò i ferri da maglia e fece una piccola risata.
— Piano, Beni, piano… adesso capisco. Allora cominciamo dall’inizio. Ma ascolta bene, perché questa non è una storia qualunque.
— Dal Salone Margherita! — esclamò Beni con gli occhi brillanti.
— Va bene — annuì la zia.
— Lassù, sullo scaffale, trovi un libro intitolato Salone Margherita. Portamelo.
Dopo essersi sistemati comodi e aver iniziato a sfogliare il libro, la zia cominciò a raccontare.
— Alla fine del XIX secolo, quando Napoli stava rinascendo, due fratelli, i Marino, aprirono un salone davvero speciale. Era come un cabaret francese: tutto era scritto in francese — il menù, i manifesti — persino l’atmosfera.

La Francia era il modello da seguire. Il salone si trovava proprio sotto la Galleria Umberto I, nel cuore della terra. La sala circolare era in armonia con l’intero progetto della galleria e permetteva a tutti di vedere perfettamente gli spettacoli audaci al centro. Sopra, proprio sotto i mosaici della galleria, un soffitto alto e lampadari scintillanti illuminavano lo spazio.
Si chiamava Salone Margherita, in onore della regina Margherita. Ma non era solo un teatro.
Qui si mangiava, si beveva, si rideva, si sognava — e ci si scandalizzava anche.
All’interno, la luce delle lampade a gas brillava sugli specchi e sul velluto rosso. Ai tavoli di marmo sedevano eleganti signori: soldati, viaggiatori, giornalisti, politici.
Nell’aria si mescolavano odori di sigaro, profumo e champagne.
Sul palco apparivano le sciantose.
— Chi erano? — chiese Beni stupito.
— Donne speciali — rispose la zia.
— Ballerine, cantanti, seduttrici. Molte venivano dalla provincia e sceglievano nuovi nomi francesi e misteriosi. Portarono a Napoli l’atmosfera di Parigi: il can-can — allora un ballo proibito — la risata e la libertà.
Avevano un movimento particolare dei fianchi, chiamato “la mossa”, diventato leggendario.
La più famosa era una donna dall’eleganza aristocratica: indossava gioielli scintillanti e fu la prima a portare i copricapi con piume di struzzo. Per lei furono costruite le prime scalette sul palco e persino fontane d’argento. I suoi costumi sono conservati ancora oggi nel museo di San Martino.
Il Salone Margherita era come un pezzo di Parigi trasferito sotto Napoli. Con due lire si entrava e si riceveva anche una bevanda. E se si voleva festeggiare davvero, si beveva champagne.
Ma dietro le luci c’erano anche ombre: scandali, gelosie, amori segreti. Si racconta che un marito geloso una volta entrò armato in un camerino… e la brillantezza si trasformò in paura. Con il tempo, il salone chiuse e la leggerezza della Belle Époque si spense.
— Allora oggi non c’è più niente? — chiese Beni.
— Certo che sì — sorrise la zia. — Se oggi passeggi nella Galleria Umberto e guardi attraverso le finestre rotonde di vetro sul pavimento, il passato è ancora lì.
Sotto terra dorme un vecchio sogno: risate, musica, danza e segreti.
Il Salone Margherita vide anche la nascita del cinema. Qui furono proiettati i primi film a Napoli, appena un anno dopo la prima di Parigi. Prima immagini in movimento, poi spettacoli di varietà: così trascorreva una serata.
La zia tacque un momento, poi fece l’occhiolino.
— E sai, Beni, da questo mondo è nato anche un dolce.
— Un dolce?! — esclamò Beni.
— Sì. Il ministeriale. Cioccolato, crema al liquore… Lo inventò un pasticcere della famosa Scaturchio in onore di una celebre sciantosa. Ne mandò così tanti ai ministeri per ottenere permessi che alla fine disse: “Questa è una vera questione ministeriale!” E così nacque il nome.

Beni ascoltava pensieroso.
— Allora il Salone Margherita non è scomparso… si è solo nascosto.
— Esattamente — rispose la zia.
— A Napoli le storie non muoiono mai. Scendono semplicemente sotto terra e aspettano che qualcuno torni a fare domande.
Beni sorrise.
— E adesso mi racconti anche del Teatro di San Carlo? — chiese con cautela.
La zia sorrise.
— È tardi ormai. Quella sarà la storia di domani sera.
Adesso lavarsi i denti… e a letto!
Buona notte.

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