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27. L'albergo delle note musicali

  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 3 min


Il giorno dopo Beni aspettò con impazienza l’arrivo della sera.

Dopo cena si sistemò comodamente sulle ginocchia della zia. La luce della stanza si fece più soffusa e, quando il libro si aprì, tra le pagine apparve una città speciale:

Napoli, dove il profumo salato del mare si mescola alla musica.


— Tanto tempo fa… — iniziò la zia —

in questa città viveva un re, Carlo III di Borbone, che amava la musica e il teatro più di ogni altra cosa. Un giorno disse ai suoi consiglieri:


«Voglio un teatro che non esista in nessun’altra parte del mondo.»


Così accadde che nel 1737, in soli otto mesi, nacque una meraviglia:

il Teatro di San Carlo, il teatro d’opera più antico del mondo ancora in attività.


All’inizio la sala non era rossa e dorata come oggi. Le prime pareti brillavano di azzurro e argento — i colori della casa dei Borbone. Solo più tardi, per desiderio di re Ferdinando II, il teatro si vestì del rosso e nero che conosciamo oggi, per diventare ancora più solenne.

Ma una notte oscura un terribile incendio colpì il teatro.

La gente pensò che tutto fosse perduto.

Eppure Napoli non è una città che dice addio alla musica. Il teatro venne ricostruito in appena dieci mesi — come se fosse stata la musica stessa a far rinascere i muri.

— Sai, Beni — sussurrò la zia avvicinandosi —

c’era anche un corridoio segreto. Collegava il Palazzo Reale al palco reale, così il re poteva arrivare e andarsene senza essere visto.

La ricostruzione fu guidata da un uomo speciale: Domenico Barbaja, un impresario teatrale.

— Impresario?

— È colui che organizza gli spettacoli e i cantanti. Ma Barbaja fece molto di più: investì il proprio denaro per il teatro e, mentre lavorava, inventò anche una bevanda per dare energia agli operai. Si chiamava barbajada: una miscela di cioccolata calda, caffè e panna. Artisti e lavoratori la adoravano.



Su quel palcoscenico sono passati veri giganti.

Qui lavorò e compose Gioachino Rossini, che divenne il protagonista della vita musicale napoletana. Dopo i suoi spettacoli, le sue melodie venivano canticchiate per giorni nelle strade.

Qui furono rappresentate le opere di Gaetano Donizetti e di Vincenzo Bellini, e il pubblico usciva sentendo il cuore cantare.

Più tardi risuonò anche la musica di Giuseppe Verdi — la zia canticchiò piano: la la lalala…

— Sul palcoscenico salirono cantanti leggendari — continuò —

come Enrico Caruso, la cui voce riempiva la sala come se fosse Napoli stessa a cantare.

Molti anni dopo arrivò Maria Callas.

Quando iniziava a cantare, il pubblico dimenticava perfino di respirare — sospirò la zia.

Dicevano che chi cantava una volta al San Carlo non sarebbe più stato lo stesso.


Il re però era molto severo.

Aveva ordinato che nessuno potesse applaudire o chiedere il bis finché non fosse stato lui a dare il segnale. Il pubblico attendeva in silenzio, trattenendo il respiro — perché a Napoli, un tempo, persino l’applauso dipendeva dal re.

Nella platea c’era anche un orologio curioso: andava al contrario.

Non mostrava il tempo trascorso, ma quello che restava dello spettacolo — perché a teatro non conta il tempo, conta il momento.

Con il passare degli anni il San Carlo non ospitò solo opere.

Divenne anche scenografia per film, perché pochi luoghi al mondo conservano un fascino così perfetto. Le telecamere se ne innamorarono proprio come i compositori.

E sai perché lo custodiscono con tanta cura?

Perché il San Carlo fa parte del patrimonio culturale dell’umanità: un luogo dove da secoli accade sempre la stessa magia.

Le persone si siedono, si fanno silenziose e lasciano che sia la musica a raccontare al posto loro.

La zia chiuse il libro.


Gli occhi di Beni erano già quasi chiusi.

— Che bello… — sospirò nel sonno.

— Buona notte, tesoro!

— Buona notte, zia. Grazie per la storia…

E in quell’istante stava già cavalcando sulle note musicali, nel mondo delle fiabe fatte di musica.

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