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28. Il palazzo, dove danza il passato

  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 4 min




Il vento giocava dolcemente con l’orlo dei cappotti e dal mare arrivava un profumo salmastro, come se Napoli stessa avesse sospirato.

La zia chiese a Beni se avesse voglia di andare con lei in piazza a giocare, mentre lei sistemava le sue faccende.

Al nostro piccolo protagonista non servì altro: gli mancavano già i suoi piccoli amici.

Afferrò la mano della zia e si incamminarono.

I bambini accolsero il loro piccolo amico con grandi grida di gioia e iniziarono subito a tempestarlo di domande: dove era stato, cosa aveva già visto di Napoli, raccontasse le sue avventure!

Così la zia lasciò di nuovo Beni in piazza.

– Allora io vado – disse sorridendo. – Voi intanto tenete d’occhio anche la piazza… perché qui succede sempre qualcosa.

I bambini si guardarono.

Sapevano perfettamente che “tenere d’occhio la piazza” significava:

un’avventura sta per iniziare.


I raggi del sole dipingevano d’oro l’enorme edificio sul bordo della piazza. Le finestre del palazzo brillavano come se mille piccole lanterne si fossero accese al loro interno.

Beni alzò lo sguardo.

– Guardate… sembra che ci stia chiamando.

Tutti seguirono il suo sguardo.

Il palazzo reale si ergeva davanti a loro, maestoso, silenzioso eppure vivo — come se sapesse esattamente che erano arrivati dei bambini curiosi.


E poi…


una delle grandi porte si mosse appena.

Non si aprì del tutto. Solo quanto bastava per dire:

«Avvicinatevi.»

Appena entrarono, li accolse il fresco profumo del marmo.

Davanti a loro si innalzava la famosa scalinata, bianca, arcuata, elegante.

– Questa… – sussurrò Carmen. – È proprio come in una fiaba.

– Secondo me qui è corsa su Cenerentola per andare al ballo – disse Beni con serietà.

– Secondo i napoletani, la storia di Cenerentola è nata qui, a Napoli. Qui fu raccontata per la prima volta – spiegò Anna.

E come se la scalinata avesse ascoltato…

per un istante vi risuonò un leggero ticchettio di scarpette.

Un solo passo.

Poi silenzio...


I bambini alzarono lo sguardo.

In cima alla scalinata brillava una luce dorata.

– Andiamo – dissero all’unisono.

L’interno del palazzo era come entrare in un dipinto.

La porta della sala del trono si aprì lentamente davanti a loro. All’interno brillavano velluti rossi e decorazioni d’oro. Il trono stava lì, maestoso, appena tornato al suo antico posto.

– È come se fosse tornato a casa – sussurrò Carmen.

– Devi sapere, Beni, che è stato rimesso al suo posto da poco, dopo il restauro.

Il trono non si mosse. Restava lì — o forse sedeva — in tutta la sua regalità.

Ma l’aria della sala tremò leggermente, come se un mantello invisibile frusciasse.


Proseguirono.


Nella sala degli specchi la luce si moltiplicò.

Beni chiuse gli occhi.

– Lo senti? – chiese piano.

Anche Carmen e gli altri chiusero gli occhi.

E allora…

il suono di un valzer riempì la sala.

Dolce, antico, elegante.

Carmen, senza accorgersene, fece una giravolta.

Beni si inchinò.

E i bambini iniziarono a danzare ridendo sulla musica dell’immaginazione.

Sulla porta stava una custode.


Voleva parlare.


Davvero voleva.


Ma la musica raggiunse anche lui.

E prima che se ne rendesse conto, stava già sorridendo, e aveva completamente dimenticato che avrebbe dovuto richiamarli all’ordine.

La danza li trasportò lentamente nella cappella reale, dove regnava il silenzio.

Sui muri, dipinti; nell’aria, quiete.

– Di questo pittore mi ha già parlato lo zio – sussurrò Beni. – Quello che sapeva dipingere anche la luce.

Nel quadro le ombre sembravano quasi vive.

Beni ebbe la sensazione che qualcuno li stesse osservando — non in modo inquietante, piuttosto protettivo.


Proseguendo, si imbatterono in uno stretto corridoio.

Sul muro apparve una porta appena visibile.

– Secondo te…? – chiese Beni.

La porta si aprì di un soffio.

Da dentro, in lontananza, filtrava della musica.

Opera.

Applausi lontani.

– Potrebbe portare al teatro – sussurrò Beni, meravigliato.

Non entrarono.

Si limitarono ad ascoltare per un istante.

Poi la porta si richiuse dolcemente.


Alla fine giunsero nel giardino.

Aranci, una fontana, una brezza leggera.

Si sedettero su una panchina.

– Secondo voi le storie vivono ancora qui? – chiese Beni.

I bambini sorrisero.

– Secondo me non sono andate via… si sono solo nascoste. Per farci riscoprire da noi – disse Giuseppe.

In quel momento una finestra del palazzo brillò.

Come se qualcuno li stesse osservando da lì, soddisfatto.


I bambini tornarono a passeggiare verso il centro della piazza per giocare a ’O Schiaffo d’’o Sergente: il gioco in cui il “sergente” deve indovinare chi gli ha dato uno schiaffo sul palmo della mano.


All’improvviso, dal lato del Pizzofalcone, si avvicinò la zia di Beni.

– Allora, cosa avete scoperto? – chiese.

I bambini si guardarono.

Sorrisero.

– Solo… un palazzo – dissero all’unisono.

– E un po’ di passato – aggiunse Beni.

Le statue sul lato del palazzo ascoltarono in silenzio il racconto.


Ma negli occhi di Federico dal grande naso sembrò brillare una luce maliziosa.

E il vento, dal mare, sembrò sussurrare:

l’avventura qui non finisce.



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